ANTOLOGIA DI POETI ROM E SINTI ITALIANI a cura di Sergio Franzese |
Premessa
Le poesie raccolte all'interno di questa pagina rappresentano una selezione di componimenti che hanno per autori Rom e Sinti italiani, appartenenti cioe a gruppi zingari stanziati in Italia da diversi secoli.
Sebbene modesti per numero questi versi sono espressione interessante ed efficace di una cultura sopravvissuta alle avversitŕ della storia. Nelle loro parole si ritrovano sentimenti contrapposti come la gioia, il dolore, la nostalgia, la speranza. Da essi si evince inoltre la consapevolezza che il mondo zingaro sta inesorabilmente cambiando, incalzato da un progresso che troppo spesso non lascia spazi alla diversita; lo stesso passaggio dall'oralita alla scrittura, avvenimento relativamente recente, e un segno di cambiamento nella tradizione zingara e rappresenta forse un tentativo di resistere per non cedere all'omologazione.
La speranza e quella di poter ospitare all'interno di questa pagina sempre nuovi talenti letterari che, allo stesso modo degli autori giŕ presenti, potranno attraverso le loro parole contribuire a far germogliare la tolleranza ed il rispetto tra tutti gli esseri umani ed al tempo stesso contribuire alla crescita ed all'affermazione della giovane letteratura romaní.
Marzo 1999
Le poesie pubblicate sono tratte da Lacio Drom, rivista bimestrale di studi zingari, e dal volume "Gilí romaní - canto zingaro" di S.Spinelli, edizioni Lacio Drom - Roma, 1988.
| "Mauso"
Olimpio Cari
Olimpio "Mauso" Cari, sinto, e un artista completo. Oltre ad essere autore di numerose poesie sugli aspetti tradizionali della vita zingara, scrive anche i testi delle canzoni che egli stesso mette in musica. Inoltre si dedica da sempre alla pittura, realizzando quadri che hanno ottenuto il plauso di critici e pubblico. |
| Libero come la musica zigana |
| Sono nato sotto
una tenda in una notte d'estate in un accampamento zingaro ai margini della citta. I grilli mi cantavano la ninna nanna la luna mi fasciava di raggi d'oro e le donne vestivano gonne fiorite. Sono crescutio su un carro Ora sono diventato grande |
| Alle porte della citta |
| Alle porte della
citta aspetto un sorriso. Tu hai ballato nel bagliore del fuoco, con la musica del mio violino, ma non hai visto la mia tristezza. Alle
porte della citta Alle porte della citta Alle porte della citta |
| Súne fan térne dľipén Sinténgre | Sogno d'infanzia zingara | |
| Dinkráo zénale ves táli fan súni smáka kafeiákri tassárla kráčamen fan u rad kuándo vúrdia dľána veg an u lámbsko drom. Bindľeráo u ves bindľeráo u drom bindľeráo u fráiapen. U ruk unt u bar U súni fan u térne dľipén |
Ricordo verdi boschi vallate di sogni profumo di caffe al mattino scricchiolio di ruote alla partenza dei carri cerso il lungo cammino. Conosco il bosco conosco la strada conosco la liberta. Gli alberi e i sassi Il sogno dell'infanzia |
| "Hexo"
Luciano Cari
Mancano
notizie di carattere biografico su questo poeta. E'
probabile che si tratti, data l'omonimia, di un parente
di "Mauso" Olimpio Cari; quantomeno egli
appartiene quasi certamente allo stesso gruppo dei Sinti
estrekarja anche se le uniche due poesie, pubblicate
oltre venti anni fa su Lacio Drom, non forniscono
indicazioni in proposito essendo scritte solo in
italiano. |
| Il mare |
| Nacqui nel Nord, in pianura, un giorno di nebbia e da allora pianura di nebbia e nebbia sono state catene. Rare le evasioni sempre breve l'estate e troppo spesso in fondo alla starda un muro. Percio amo il mare questo infinito giocattolo vivo nel quale ritrovo i giorni piu belli della mia infanzia e insieme l'infanzia del mondo e insieme le lunghe navi fenici e gli eroi che ritornavano nel sole di ogni mattina d'estate galoppando su bianchi cavalli la dove l'onda si ritira e la rena per un attimo alita strisce di luce. Cosi nel mare ritrovo la mia vita piu vera e che importa se dopo su al Nord, nella terra d'esilio ove nacqui, mi attendono ancora le mie catene. |
Sono un principe reale |
| Ero nel buio e non vedevo mai la luce del sole. Ero incatenato, poi ho veduto la luce. Andai via con la mia nave in mare. E non notti e non giorni. Andai sempre avanti per tanti anni, poi trovai la terra saggia, un'isola deserta trovai. Un giorno combattei leale per amore. Sono un principe reale. |
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"Spatzo" Vittorio Mayer
Pasquale Spatzo nella lingua dei Sinti Estrekárja
significa "uccellino, passero", un soprannome
che ci richiama al senso di quella libertŕ spesso
rievocata da questo poeta che
nel corso della sua vita ha conosciuto momenti di intensa
sofferenza. |
| Ap mar fénstri (alla mia finestra) | Il lamento del prigioniero | |
| Ap mar fénstri jek tíkno čírklo givéla. Mur Herz an mánde rovéla. Hatsjóm jek blúma ab i čik... Duj suá diénla i dľibén. Me hom har du o blúma... Vri fon i víza meráva ! |
Sulla sbarra della
finestra un uccellino canta. Col suo canto piange il mio cuore. Ho trovato un fiore per terra... due lacrime la vita gli han ridato. Io sono come te o fiorellino... Fuori dal verde prato muoio ! |
| Deportazione |
| Cielo rosso di sangue, di tutto il sangue dei Sinti che a testa china e senza patria, stracciati affamati scalzi, venivano deportati, perché amanti della pace e della libertŕ, nei famigerati campi di sterminio. Guerra che pesi come vergogna eterna sul cuore dei morti e dei vivi, che tu sia maledetta. |
| T'nas velto har sinto | Se non fossi nato zingaro | |
| T'nas velto har sinto na kamavas i lixta, naj vaves but u farvi fon u blumi. T'na lajdiomes naj kraves pre u jis ap hofnuga, na vaves baxtale ti vap jek sinto. Naj ohne kamlaben na ąunaves zorle i frajda fon jek galin, i ąmaxta fon jek duxo, ketne fon smajxla. Ti na viomen srakardó krat har sinto... na vaves froh ti vap jek rom sinto. |
Se non fossi nato zingaro non amerei la luce, non godrei appieno i colori dei fiori. Se non avessi sofferto non potrei aprire il cuore alla speranza, non sarei felice di essere zingaro. Se non fossi stato senza amore non sentirei cosi forte la gioia di un abbraccio, la potenza di un respiro, l'intensita di una carezza. Se non fossi stato calpestato proprio perché zingaro... non sarei felice d'essere un uomo zingaro. |
18/5/2005
Spatzo ci ha lasciati.
La malattia che lo aveva colpito negli ultimi mesi non lasciava speranza ma la notizia della scomparsa di una persona cara ci trova comunque sempre impreparati.
Chi, come me, ha avuto la fortuna di incontrarlo condividendo sentimenti, emozioni ed ideali piange oggi la perdita di un amico e di un fratello.Egli stato un esempio di amore per la propria gente e per le sue tradizioni.
Latcho drom, pral! Tu tsches imar an mengre Herz!S.F.
| "Joąka" Michele Fontana
Sinto d'adozione, "Joąka" Michele Fontana ha scritto diverse poesie nel dialetto dei Sinti Eftavagarja. Sul filo dei canti di Sicilia, dove e nato, fin da bambino sentiva urgere in sé la poesia e il desiderio del canto. |
| Har vijóm ap u vélto | La mia nascita | |
| Me, Joąka Míkael Brúna, díves deą-jek vijóm ap u vélto deą-jek u mónto krat i deą-jekákre. Múlo, kaj, har, kána unt hóske? Jek hi mur lánto, jek kókro mur rai: u grábo. |
Io, Ioąka Michele Fontana, nato il giorno undici undici il mese alle ore undici. Morto, dove, come, quando e perché? Una la mia patria, uno solo il mio signore: la tomba. |
| Tel mónto | Tramonto | |
| Lóli vólka dur har jak. I Sintítsa dľála mit péskro kráitso. Vél-li pála, táisa? |
Nuvola rosata lontana come fuoco. La Zingarella va con il suo mistero. Tornerŕ domani? |
| Ho keráva? | Cosa faro? | |
| Moleráva kaj rat? na, na sunáva man! Ho keráva? Hi táusenti gedánki platserdé an mur ąéro. Kíče vúnči langréla u ąéro? Ferláika hi mol? O mol kai keréla pré u vúdar an dľibén. Haj vúnča von fráiben! Kamáv te naąél; te fligél, le ap man fon káva parapén kai traukarél man. Hom jek Sínto! Jek molári, jek dľipáskro. Ho keráva? Lezaráva, ąrajveráva: hi fédar te rováv. Nur u robén laixteréla man? Kaj rat? Nína kája húnte dľála forbái. U térno dľibén hi kúmi an mánde. Kána déla čas mur bókalo dľi? Kíno, kaméla či ti čáva kaj: dikáva súni? 1968 |
Dipingere questa sera? No, non mi sento! Che faro? Sono mille pensieri che occupano la mente. Quanti desideri arguisce la mente? Forse e il vino? Il vino, che apre le porte al piacere. Che desiderio di liberta! Vorrei correre, volare, liberarmi di questo peso che mi opprime. Sono uno Zingaro! Un pittore, un tenore. Che faro? leggere, scrivere: forse e meglio piangere. Solo il pianto potra acquietare l'onta? ma questa notte? Certo, anche questa dovra passare. Il furore della gioventu, ancora sovrasta le fibre. Quando ti acquieti vorace mio cuore? Stanco, e desideroso qui non mi fermo: forse sognero? |
| La mia alba |
| Nell'alba di quell'undici novembre del millenovecento e fu trentuno, di chiara luce brillava il firmamento: ultimo raggio di fulgida luna. Tra mare e cielo tinte di carminio, risorge il sole di novella aurora. Biancheggia l'onda fra nubi turchine, all'orizzonte, mar che il sole indora. Nell'aureo manto astro di sole illumina il tuo raggio in puro cielo, or che l'orsa volge all'altro polo tutte le stelle della stratosfera. Tu, che misteriosa illumini la via, bacia gli amanti fidi nella sera. Tra i campi verdi ed i giardini in fiore lascia che io canti la mia poesia nell'alba che rinnova e da calore. 1969 |
| Silvio Tanoni
Nato a
Pavia di Udine il 18 maggio 1902 e morto all'etŕ di 83
anni questo sinto marchigiano rappresenta un caso a sé
nel panorama della letteratura zingara. |
| Al Belvedere |
| Nell'oscurita la mente abbraccia Tutto cio che intorno ad ella volge Di silenziosita la bruna faccia Che cerchia intorno a sé e nulla scorge. Se non del
Belvedere la verde chioma Soggiorno di belta, verdi colline, Ecco dal Belveder i dolci raggi E quando il sol dispare e gia s'imbruna |
| Da "Oggi 26 aprile 1952" (dal carcere) |
| Trabocco di dolor, il core e vinto In questa tetra cella ove fui messo. Serrato dentro e d'inferriate cinto Lo stanco passo innanti e retro spesso. Non piango
dentro a me, bensi pietrisco Le valli i colli l'alpe la pianura ...... Mi sovvien dei versi del Divino Al sesto di di loro prigionia ...... Senza movimento e senza lena E quivi passa in me tempo infinito Chiudo questi versi e maledico |
| A te adorabile nipote |
| Idelma nel mio cor tu sei dipinta E mai sapro scordar quel dolce nome Il tuo bel viso e la fronte cinta Di profumate e inanellate chiome. Sei bella come quella
primavera Sei come farfallina svolazzante Corri per i prati e per le valli |
| Dal "Dialogo fra Dio e San Pietro" |
| Vantan diritti ed io non ne so nulla Uguali li creai fin dalla culla E sono re perché gli altri son balordi. |
| Santino Spinelli
Santino
Spinelli, Rom Abruzzese, in arte Alexian, e nato a
Pietrasanta di Lucca il 21 Luglio 1964 e risiede a
Lanciano (Chieti). E' musicista, cantautore,
polistrumentista. Dirige il Centro didattico musicale
italiano di Lanciano. Fondatore e principale animatore,
insieme alla moglie Daniela dell'associazione culturale
rom "Them romanó" che pubblica l'omonimo
giornale ed organizza ogni anno il concorso letterario
"Amico Rom". Sito Internet di Santino Spinelli (in arte Alexian): http://web.tiscalinet.it/themromano |
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| Gilurí | Piccola poesia | |
| Čijómmete upré ndre i rat ta li čilinjá a kirjommete. Tu sinjan i gilí kju ąukár prisó vakirés tru jiló. Su kirés ki ni gilí? Dep ku tem. Dľa anglé! Gilurí, de u lav ku jiló di li vavér sar kirián ki mants; pe li lav kju nguldé, ta sa ki kulá ta rovén. Dľa! De ki li čavé li lav di li dat ta či ndre tem u dľivibbé romanés! |
Ti ho inventata, tra la notte e l'alba ti ho creata. Sei la poesia piu bella perché parli dal profondo del cuore. Cosa farsene di una poesia? la si dona al mondo. Va' oltre! Piccola poesia, inebria il cuore di altri come hai fatto col mio; sussurra le parole piu dolci, sorridi a coloro che soffrono. Vai! Reca ai figli le parole dei padri e scolpisci nel tempo l'esistenza zingara! |
| Bučvibbé | Serenata zingara | |
| Dľaratí si ni rat di bučimé ta di sabbé; ni bučvibbé mi ąti dľal ki ni čajurí. Baąavén baąaddé, violín ta mundulín da i rat, ta sa li dľiné ta karjé giljavén ta kilén tilár ki dut tri čon ta di li dutjá ka čen ndre u tem kaló. I da ta u dat tru čavó tarnó den mas ta mol kutár ta katár; sinnél u ąiró sapanó pru sabbé ta u pibbé. Li dľuvvjá ningirén tsoxá lunk di kulur ka lel li kjá, ni pitnés pru ąiró ta u sunaká ta miliklé. Li rom ačén ki ni kring ta vakirén ku glas di mol ndre li vast ta u sabbé pru muj. Tri giljá arrisén ndre li kan tri giljá tarní, čangvéppe tru suvibbé ki ni sabburó pri li vust ta ni dabburindró u jiló. Du giljá ankór así pi li parént, ka ątién tru voddré ta vakirenappéng. na dľanep ta den u lav, ma pi dľaratí li baąaddé baąavén, baąavén... baąavén. |
Questa notte e una notte di divertimento e di allegria; una serenata zingara avra luogo per una giovane fanciulla. Suoneranno fisarmoniche, violini e mandolini tutta la notte, mentre tutti gli invitati canteranno e danzeranno al chiaror della luna e delle stelle che brillano nel cielo scuro. I genitori del giovane zingaro offrono carne e vino a destra e a manca; hanno la fronte bagnata per l'allegria e per il vino. Le donne indossano lunghe vesti sgargianti che abbagliano gli occhi, un fermaglio per le trecce e oro e preziosi. Gli uomini sono disposti a gruppi e chiacchierano recando in mano un bicchiere di vino e sul viso una gioia. Tre suonate arrivano alle orecchie della giovane fanciulla, che si desta dal sonno con un sorriso sulle labbra e un palpito nel cuore. Due suonate ancora per i suoi parenti, che si destano dal letto e iniziano le consultazioni. Non si sa se accoglieranno la proposta, ma per questa notte gli strumenti suoneranno, suoneranno... suoneranno. |
| Buąibbé romanó | Maledizione zingara | |
| ©urdé vaąt kalé ądiné ku them, paní milaló ačarél u ąiró sa tritimmé, ni luk aąunép pandindó, nikt aąunél. Dľiné bi nafél ku mirribbé ngirdé, nikt a dikkjá nikt a varikiá. Mulé ridľdľiddé andré u paní milaló, xalé muj anlál ku kham, u ngustó a sinnl angiál ki kon a kwit ačiló. |
Gelide mani nere rivolte
al cielo, la palude ricopre la testa schiacciata, un grido soffocato si eleva, nessuno ascolta. Un popolo inerme al massacro condotto, nessuno ha visto nessuno ha parlato. cadaveri risorti dalla palude, orribili visi mostrati al sole, il dito puntato verso chi ha taciuto. |
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Bruno Morelli Bruno Morelli, Rom
Abruzzese nativo di Avezzano, e persona di grande
talento. Egli esprime la propria sensibilita e rivive le
proprie esperienze di vita innanzitutto attraverso la
pittura. In principio il suo lavoro ha inizio come
autodidatta e successivamente, dopo aver ottenuto la
Maturita Artistica nel IV Liceo Artistico di Roma,
consegue il diploma in pittura presso l'Accademia di
Belle arti dell'Aquila. |
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| Quelli
che seguono sono versi inediti tratti dal catalogo della
mostra "L'io o duo? Sentieri non praticabili del
grande bosco" pubblicato in occasione
dell'iniziativa "Incontro con la cultura romaní,
l'altra faccia della medaglia: l'arte" che ha avuto
luogo ad Avezzano nell'agosto del 1996. I dipinti di Bruno Morelli sono pubblicati su questo sito nelle pagine a lui dedicate: morelli.htm |
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| Li Rom | I Rom | |
| Li maččé andré u paní, li čiliklé pru ruk, li sap andré i bar, li karmuąé andré i xev. Li Rom a kisté ki bravál a si xulai tar u them. |
I pesci nell'acqua, gli uccelli sull'albero, i serpenti nella siepe, i topi nella buca. Gli Zingari a cavallo del vento sono padroni del mondo. |
| I Braval | Il Vento | |
| I bravál a čingardél zuraré a si ąil u kam a muló na dikepp nikt avrí. Čoruró sar ni dľuv a sinjóm na nem niąt ta dav tumend. André kavá them me sinjom u ruk ta i Braval a gjavél andré mand. |
Il Vento grida forte e freddo il sole e morto non si vede nessuno in giro. Sono povero come un pidocchio non ho niente da dare agli altri. In questo modo io sono un albero e il vento canta dentro di me. |
| Mur dat | Mio padre | |
| Mur dat ©ung tar u graąt. ©dinó, ąukkó, bokkaló. André li kja tiré u sabbé, ąukuár. Tu kammián kavá čavó tiró. Dikkáv andré i murtí tirí u Rom, u dľinó u papú, li mulé mengr. |
Profumo di cavallo. Alto, magro, affamato. Dentro i tuoi occhi il sorriso, bello. Tu hai voluto questo tuo figlio. Vedo dentro la crosta della tua pelle un Rom, un uomo il nonno, i nostri morti. |