Intercultura: riflessioni per operare nelle nostre scuole
Quali realtà sociali autorizzano a parlare di differenze culturali? Accogliendo alcune proposte frutto di riflessione e dati di esperienza quotidiana[1] si possono distinguere diverse logiche della differenza culturale. In alcune società vi sono gruppi che si sono costituiti prima ancora che si formasse la società maggioritaria; è questo il caso degli aborigeni australiani o delle popolazioni precolombiane in America. La loro identità culturale preesisteva alla società che si é formata in seguito. Diverso e di altro tipo e il caso di quei gruppi che si sono costituiti da molto tempo all'interno di una società ma hanno corso il rischio di sparire quasi completamente per la politica centralista degli Stati nazionali o per la scomparsa di nicchie di mercato indispensabili per la sopravvivenza di particolarismi culturali. E`evidente come il caso degli Zingari e dei Viaggianti partecipi di questa tipologia.[2] In epoca ancora tardo medievale il loro viaggio é stato accolto come pellegrinaggio. Gli Zingari hanno usato a loro favore questa tolleranza verso i pellegrinaggio religioso o penitenziale chiedendo salvacondotti per recarsi ai luoghi rituali. In epoche successive, il nomadismo, spesso circoscritto ad alcune regioni, permetteva di esercitare diversi mestieri: stagnini, venditori e fabbricatori di cesti, utensili per la casa e l'egricoltura, narratori di storie e burrattinai, arrotini e venditori di biancheria.
Come altri portatori di identità culturali minoritarie di antica presenza in Europa anche gli Zingari chiedono oggi, attraverso le loro associaziani, di essere riconosciuti.
Una ulteriore dinamica nella formazione della differenza culturale si osserva in tema di immigrazione. Sembra evidente ammettere che trattandosi di persone che vengono da fuori, gli immigrati portino una differenza culturale di spessore storico e culturale arcaico. Ma spesso non è così. Sta a noi insegnanti imparare a leggere la differenza nei gesti e nelle manifestazioni in cui si esplicita. Non è portatore di differenza allo stesso modo chi emigra lontano dal proprio Paese dopo aver già vissuto una emigrazione interna. E' diverso l'impatto di chi lascia una grande metropoli asiatica o africana per emigrare in Occidente dopo aver lasciato anni prima, l'intera famiglia e il villaggio originario. A volte giunge a noi l'ultimo stadio della cultura di origine già mediato dall'impatto con l'industrializzazione ed i processi di 2 produzione capitalisti. Si tratta di immigrati molto diversi tra loro, le modalità di incontro non possono essere della stessa natura pur se il Paese di origine é il medesimo.
Nelle nostre società sono poi in atto meccanismi specifici che producono la differenza culturale; si inventano tradizioni, si producono vere e proprie mitologie , si inventa un passato con vaghi riferimenti alla storia, si producono differenze regionali, si sono prodotte nuove identità nel rapporto tra i sessi, anche la menomazione fisica e la condizione di malato (si pensi all'Aids) producono differenze culturali. Rispetto a questa produzione di differenze su scala regionale o piú vasta si registra tuttavia un dato di precaria stabilità con processi di frammentazione e ricomposizione identitaria.
Nella pratica professionale ci è capitato troppe volte di interrogarci su come operare senza poter iscrivere i comportamenti plausibili in un quadro organico di valori e modelli. Che fare? Come accogliere la diversità delle nostre scolaresche e come vivere il rapporto con i genitori, come aiutare i giovani allievi a leggere criticamente proposte di identificazione emanate da agenzie infinitamente più potenti della scuola e perfino della famiglia.
I problemi generati dalla differenza culturale hanno suscitato una reazione che oggi potremmo collocare tra le risposte storiche al problema: quella assimilazionista. Le differenze culturali possono essere vissute nel privato, ma nello spazio pubblico esse non hanno alcuno spazio; gli individui sono programmaticamente liberi ed uguali e non occore concedere spazi pubblici per esprimere identità collettive particolari. In questa ottica non vi è spazio per una pedagogia interculturale. Ve ne é sicuramente di piú in quelle società che, fiduciose in se stesse, in pace al proprio interno, concedono spazi pubblici alle differenze culturali (luoghi di culto, scuole gestire da immigrati, centri culturali) puchè non provochino alcun conflitto. Basta poco perchè queste consessioni di illuminata tolleranza vengano revocate in occasione di momenti economici difficili o dinanzi a tensioni sociali.( vedi la tensione crescente dopo l11 Settembre)
Le comunità immigrate spesso propongono al proprio gruppo un modello in cui rinchiudersi, all'interno del quale vivere secondo le proprie leggi: il comunitarismo. Gli individui vivono nel gruppo, sono soggetti al gruppo, obbediscono al gruppo. Questa logica é stata spesso scelta dagli Zingari. Innegabile che i giovani e spesso le donne non possano, in una siffatta gestione del gruppo, vivere da soggetti liberi. La scuola spesso ha aperto una istanza conflittuale nella logica comunitarista e non sempre offrendo un modello didattico autenticamente rispettoso della differenza culturale, tale da incrinare la validità difensiva del modello comunitarista. Vi sono poi oggi mille altre ragioni per combattere questa chiusura se essa significa rivendicare l'esclusione delle bambine dalla scuola pubblica o le mutilazioni fisiche.
Ma è possibile una intercultura democratica? Se rifutiamo l'assimilazione in nome del fatto che essa nega le identità collettive, se rifiutiamo il comunitarismo perché produce ghetti e non rispetta i Diritti Umani, se non ci basta che le differeze culturali siano tollerate ma riconosciute, cosa è possibile? Quale pedagogia è possibile? Come coniugare tutto questo nella scolarizzazione degli Zingari e dei Viaggianti?
Conosciamo una risposta teorica e puó essere una pratico punto di partenza: bisogna estendere la democrazia alla considerazione della differenza culturale a condizione che essa rispetti i valori universali. Declinando il problema in termini di impegno istituzionale si tratta di integrare la dimensione culturale e la dimensione sociale. Le istituzioni devono riconoscere l'esistenza delle minoranze, non solo perché apportano differenze culturali ma perché sono gruppi che hanno problemi sociali particolari, se sono esclusi dal mercato del lavoro difficilmente riescono a far studiare i propri figli, hanno difficoltà ad ottenere un alloggio (e in questa ottica il caso degli Zingari é simile a quello delle nuove ondate di migranti). In pratica le istituzioni, come la scuola, si fanno carico del riconosccimento della differenza culturale e del superamento della disuguaglianza sociale. Le istituzioni, non il volontariato. In Europa si muove in questa direzione, per esempio, la citttà di Frankfurt a.M. che ha istituito un Ufficio per le relazioni multiculturali.
Conosciamo altri modelli e parametri di comportamento. Negli Stati Uniti, una serie di iniziative sono definite come: affermative action e politically correct. Sono iniziative a favore di gruppi svantaggiati: piú neri all'università, agevolazioni all'imprenditoria dei non-bianchi. Ma è giusto un che la differenza culturale sia presa in considerazione stabilendo prima che si sia o no maltrattati? Altra questione è quella dell'insegnamento delle discipline con attenzione al modo in cui trattiamo le culture e i valori di cui sono portatrici. Si pensi alle lingue, alle letterature, alla storia. Può bastare la correttezza politica del lessico separatamente dalla conoscenza rispettosa della dimensione sociale e culturale? Come trattiamo a scuola, nella quotidianità concreta, gli allievi espressione di quelle minoranze o culture che ci accingiamo a trattare con accenti e sfumature linguistiche corrette? L'esperienza ci insegna che è importante imparare a dibattere democraticamente ogni volta che differenze colletive richiedono di essere riconosciute. Si tratti della Padania di Bossi o dell'Islam degli immigrati deve restare chiaro che si rispettano le leggi, i valori universali. Le differenze culturali possono coesistere all'interno di una società e gli individui possono riconoscersi nelle loro radici (mentre inevitabilmente acquisiscono progressivamente nuove identità) a condizione di poter coniugare senza fratture i valori universali con la propria identità collettiva.
[1] Si veda a riguardo : Michel Wieviorka,Une societé fragmentée? Le multiculturalisme en débat. Paris 1996
[2] Sulla condizione degli Zingari in Europa e sul crescente disagio della loro condizione coincidente con la formazione di stati nazionali si veda: G.Viaggio,Storia degli Zingari in Italia,collana Interface, Roma 1996 e L.Piasere (a cura di)Italia Romaní, vol.I, Roma 1996
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