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ROMA:
PROVE DI PULIZIA ETNICA
Rassegna
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ROMA MANESCA
MARCO REVELLI
Sarà che le angherie subite da chi si conosce colpiscono di più, sarà che quando si ricorda il viso delle vittime le violenze appaiono più reali, sarà che la memoria è fatta per acuire, non per sopire, ma le notizie dell'operazione di "pulizia etnica" di Tor de' Cenci mi hanno sconvolto.
A quel campo c'eravamo stati in parecchi, qualche mese fa, in occasione della presentazione del primo numero di Carta. E già allora era apparso evidente il dislivello umano, morale, e potremmo dire "storico" che separava gli uomini, le donne, i bambini abbandonati su quel lembo di terra spoglia, disperata, e l'amministrazione pubblica che lì li aveva prima costretti, e poi abbandonati. Tra le forme povere ma dense di linguaggi, espressioni, calore della loro ospitalità, e la fredda indifferenza burocratica del più grande (e per certi versi più ricco) comune d'Italia. Circondati da un nugolo di bambini, alcuni a piedi scalzi sulla terra gelata, tirati per la mano da giovani madri ansiose di mostrare il disagiato domicilio o da padri preoccupati per la salute dei figli, facemmo il giro del campo.
Ricordo, al centro dell'accampamento, l'uomo baffuto dal volto simpatico che sotto un'ampia tenda trasformata in bottega da fabbro, preparava le stufe di metallo per tutte le famiglie, battendo con la mazza ferrata il ferro incandescente. E poi l'abitacolo di due metri quadrati in cui passavano regolarmente la notte gli otto membri della famiglia di K., un bambino di sei anni dal volto già maturo. E le parole con cui ci veniva riferita la dura, interminabile lotta notturna contro l'assedio dei topi, che perforavano le pareti di legno delle baracche, e le intercapedini in polistirolo delle roulottes: decine, centinaia di topi voraci che minacciavano i bambini addormentati costringendo i genitori a lunghe veglie. Oggi. Nell'anno del Giubileo. Nella civile Italia governata dalle sinistre dell' I care e dell'"intrusione umanitaria".
Ricordo soprattutto il racconto di un'anziana che mi regalò un meraviglioso porta-ombrelli di rame, confezionato dal marito. Veniva da Sarajevo, da quella Bosnia che per qualche tempo aveva fornito carne umana al nostro sistema dell'informazione oltre che alla retorica del discorso politico, e che oggi appare così lontana. La sua casa, costruita con il lavoro di tutta la propria famiglia, era stata sequestrata da un gruppo di serbi, di quelli scacciati dalla Krajina dalla pulizia etnica dei croati e sospinti come profughi verso Sarajevo dove non avevano trovato niente di meglio che scacciare a loro volta i rom per impadronirsi delle loro abitazioni. Tutti gli anni, ci disse, qualcuno della loro famiglia ritorna laggiù, in avanscoperta, per guardare da lontano i muri della propria cosa, e capire se si può ritornare. Ci mostrò anche una fotografia. Si vedevano un giardino fiorito, i muri di una bella casa colonica, un lungo tavolo di legno. Seduta al tavolo, accanto al piccolo rom, l'imponente figura di un uomo biondo, con l'espressione bonaria del padrone di casa (il serbo, appunto, che se n'era impadronito), mentre sullo sfondo campeggiava la sagoma di un uomo armato, in tuta mimetica (un americano, ci dissero, della Sfor). "Quando l'americano guarda, tutto va bene. Quando si volta, saltano fuori le pistole, e bisogna andarsene". Era il racconto tipico di quella nuova figura della nostra modernità sfregiata che è il "profugo".
E del profugo Tor de' Cenci è rimasta, per me, il simbolo. Del profugo che tanta parte ha nella retorica del racconto buonista, nell'informazione melensa dei tg, nelle motivazioni pelose della politica militare e dell'assistenzialismo bellico, ma che quando compare in carne e ossa da noi viene gettato tra gli sterpi, nella desolazione anonima della periferia, al freddo e ai topi, in baracche sfatte e dimenticate da tutti. Che vergogna! ci dicemmo venendo via dal campo. E non sapevamo che la vergogna doveva ancora venire.
Ora gli amici dell'università rom mi dicono che quel simbolo vivente della nostra storia contemporanea è stato assaltato, alle cinque del mattino, da un esercito di carabinieri e guardie civiche (centinaia di uomini armati) come fosse un accampamento nemico. Che donne e bambini sono stati terrorizzati, gettati sui pullman, deportati. Che le loro cose sono state distrutte, come si trattasse di res nullius. Le misere abitazioni fatte a pezzi con una rabbia non giustificata da nessuna ragione. Numerosi ributtati nella no men's land bosniaca: "Sono stato svegliato dalla polizia, mi sono spaventato tanto - ricorda O.M., sette anni -. Quando ci hanno portato via ho visto le ruspe che schiacciavano la mia casa con dentro tutta la roba della mia famiglia, anche i miei vestiti e la mia cartella". "Di notte - aggiunge S.N. - hanno circondato le roulotte e non potevamo uscire, mio padre è anziano, soffre di asma, non riusciva a respirare, ho avuto paura che morisse, non hanno voluto farci prendere le nostre cose".
Ci sarà, mi chiedo, in quest'Europa manesca, pronta a inviare eserciti e a sganciare bombe ma avara delle proprie frontiere, della propria compiaciuta "sicurezza", un qualche luogo in cui questa gente possa trovare una briciola di giustizia? Una qualche Corte capace di giudicare dei diritti al di fuori e al di sopra dell'asfissiante ipocrisia che ci soffoca? Un qualche giudice internazionale in grado di imprimere almeno una piccola smorfia di vergogna sul sorriso patinato del sindaco della città che in tempi pur duri riuscì a proclamarsi "aperta"? Se non c'è, si taccia di fronte agli Haider di oggi e di domani, perché significa che hanno già vinto.
ROMA IL VIMINALE RISPONDE SULLA VICENDA DEI ROM CACCIATI
La verità espulsa
Il ministero: "Nessuna donna incinta è stata rimpatriata. Nessuna famiglia separata" Ma Tina dalla Bosnia ci racconta: "Sono incinta di 5 mesi, mio marito è a Roma"CINZIA GUBBINI - ROMA
N on sanno cosa dire. L'espulsione dei 56 rom bosniaci, avvenuta giovedì scorso a Roma, imbarazza. Ieri il sottosegretario agli interni, Alberto Maritati, ha risposto all'interrogazione urgente presentata dai parlamentari Moroni, Michelangelo e Pistoni. L'onorevole si è presentato con poche, risicate risposte; la question time esigeva invece dati puntuali: chi sono i minori espulsi, se è stato avvertito il tribunale dei minori, se tra gli espulsi ci sono donne in stato di gravidanza o con bambini sotto i sei mesi. Il sottosegretario ha esordito precisando di avere pochi elementi: "approfondirò il caso", ha promesso. Poi ha snocciolato i dati della questura di Roma.
"Il provvedimento di espulsione dal territorio nazionale - ha detto Maritati - non colpisce il minore, il quale segue la sorte dei genitori. Pertanto non è stato separato alcun nucleo familiare e non era quindi necessario avvertire il tribunale dei minori"; inoltre "nessuna donna ha dichiarato di essere in stato interessante e nessuna era in condizioni di apparente gravidanza".
Carte alla mano, ci sia permesso di consigliare al sottosegretario fonti più affidabili.
Omerovic Behara, detta Tina, compirà 20 anni il 4 agosto. L'11 gennaio di quest'anno si è recata presso la casa di cura "Villa Gina". Il referto medico attesta che la ragazza era incinta di 11 settimane. Quattro conti per arrivare alla conclusione che domani la giovane donna entrerà nel quinto mese di gravidanza. Le zingare del campo custodiscono con cura la cartella che contiene il referto e l'ecografia. Probabilmente Tina non aveva con sé alcun documento che attestasse la sua gravidanza, quando è stata portata in questura; la velocità dell'operazione non le ha dato il tempo di prendere nulla dalla roulotte. Ma ora al telefono dalla Bosnia denuncia di aver riferito alla polizia di essere incinta: "Io ho detto che aspetto un bambino - ci ha detto ieri - loro non ci hanno creduto e non mi hanno neanche fatto una visita. Io adesso perdo sangue, ho paura".
Quanto alla "non avvenuta separazione di nuclei familiari", è ancora il caso di Tina a smentire questura e Viminale. Se la ragazza è stata espulsa, suo marito è invece a Roma, detenuto a Regina Coeli, come pure il padre che è rimasto al campo essendo provvisto di regolare permesso di soggiorno. Esemplare, poi, il caso di Senela. Sedici anni, rimpatriata con suo figlio: il padre e il marito, anche lui minorenne, vivono regolarmente al campo di Roma. Non è anche questo un caso di "separazione del nucleo familiare"?
Ma il sottosegretario si supera a proposito del luogo di rimpatrio del gruppo di rom bosniaci di religione musulmana: Vlasenica, cittadina in mano alla repubblica Srpska. "Prima del rilascio del lascia passare per il rimpatrio è stato specificatamente accertato il luogo di destinazione. Una delle espulsioni è stata negata perché si trattava di un nucleo famigliare diretto a Vlasenica; tuttavia ora è emerso che altre 7 o 8 persone si sarebbero dirette a Vlasenica". A parte il fatto che le persone dirette a Vlasenica erano più di 30, quale altro avrebbe potuto essere il "luogo di destinazione accertato" se tutti i passaporti testimoniano che i rom adulti espulsi sono nati e residenti a Vlasenica?
Viste le risposte i parlamentari interroganti si sono dichiarati "insoddisfatti", e riproporranno la vicenda all'attenzione del ministro.Promesse di intervento, allorché le denunce inoltrate dalle organizzazioni umanitarie "risultassero veritiere" arrivano anche dal responsabile immigrazione dei Ds, Giulio Calvisi che si dice "preoccupato". Si impegna poi l'assessore alle politiche sociali di Roma, Amedeo Piva, a rispondere giovedì prossimo ad un'interrogazione sul caso. Doveva farlo ieri, ma in Consiglio comunale è ripetutamente saltato il numero legale.
Intanto, ieri a Kladanj, la cittadina in cui attualmente si trovano 29 dei rom espulsi, è giunta una delegazione dell'Acnur.
ROM ESPULSI IERI UN ALTRO BLITZ (FALLITO) DEL COMUNE DI ROMA
La lista degli errori
Il caso di Mirsad, espulso insieme alla zia mentre la madre è rimasta in Italia Intanto a Kladanj, in Bosnia, la situazione dei 29 zingari cacciati si aggrava
CINZIA GUBBINI - ROMA
"E ccolo, lo vedi? E' lui mio figlio". Devleta piange di fronte alla foto scattata a Kladanj dall'operatore dell'Ics e pubblicata ieri da il manifesto. Lo ha riconosciuto in mezzo al gruppo dei 29 rom del campo di Tor de' Cenci espulsi dall'Italia, con altri 27 zingari, giovedì scorso. "Ha ancora la maglia del pigiama, non ha potuto portare niente con sé", sussurra, e ricorda che quella notte, quando polizia e carabinieri arrivarono al campo, improvvisamente lo perse di vista.
Mirsad, questo il nome del ragazzo, ha 15 anni. E' uno dei ventiquattro minori rimpatriati, e uno di quelli espulsi "per errore". Ovviamente dal Viminale tutto tace; ma anche il caso di Mirsad chiede giustizia. Il ragazzo è stato "erroneamente" identificato come figlio di Sevala, in realtà sua zia. Lei è stata rimandata in Bosnia, e sull'aereo diretto a Sarajevo è stato imbarcato anche Mirsad, separandolo dalla vera madre, Devleta, rimasta a Roma. Un altro esempio di "non separazione dei nuclei familiari" assicurata dal sottosegretario agli interni Maritati.Ora Devleta ha continuamente le lacrime agli occhi, sembra sull'orlo di una crisi nervosa. L'espressione di chi proprio non riesce a capire come possano succedere certe cose.
E da Kladanj, in Bosnia, dove vivono da una settimana 29 dei rom espulsi, arrivano notizie inquietanti. Ieri due persone sono state ricoverate in un ospedale di Sarajevo: erano depressi, da due giorni non riuscivano a dormire. Allora hanno preso dei tranquillanti, troppi: c'è stato bisogno di una lavanda gastrica per salvarli.
Un motivo in più d'angoscia per i rom rimasti a Roma, che dal giorno dello sgombero non hanno conosciuto un attimo di pace. Anche quella di ieri è stata una giornata campale.
Ieri a Roma, all'alba
Alle 7 del mattino sono piombati al campo alcuni funzionari del Comune. Obiettivo: dare una sistemazione ai 70 rom che, per un calcolo errato dello stesso Comune - un altro - erano stati tenuti fuori dalla distribuzione delle "carovane", come gli zingari chiamano le roulotte. Vista l'esiguità dello spazio a disposizione, però, 44 rom senzatetto - 18 adulti e 25 minori - avrebbero dovuto spostarsi nientepopodimenoché nel campo abusivo di Casilino 700. Bizzarra decisione: un'amministrazione comunale che usa come pezza d'appoggio un'area da sempre giudicata "invivibile, malsana", nonché "pozzo di criminalità clandestina"; insomma un luogo da smantellare al più presto.
La scena si è svolta più o meno così: arriva il pullman su cui avrebbero dovuto salire i rom "prescelti" per il trasferimento al Casilino (la lista è stata compilata dall'Ufficio speciale immigrazione). Gli zingari si oppongono, fiutando dietro all'operazione tra chi resta al campo e chi no, l'anticamera dell'espulsione.
A quel punto i funzionari del Comune decidono di desistere. Il messaggio è chiaro: ci penserà la polizia. Una rapida consultazione tra i rom e gli italiani - appartenenti ad associazioni e centri sociali - accorsi ad assistere alla scena, poi la decisione: chi non ha ricevuto la roulotte dal Comune sarà ospitato nel centro sociale Lab 00128, poco distante dal campo. Dura l'accusa: "Questa è l'ennesima violenza che viene esercitata su queste persone - dice Claudio, uno studente universitario - se l'unica risposta del Comune è la repressione e la violenza, ci prenderemo carico noi dell'accoglienza delle 40 persone. Nessun altro rom verrà espulso verso zone dove esiste un rischio concreto di persecuzione".
ROM ESPULSI
L'ICS: "AIUTIAMOLI"
L'Ics è impegnato a fornire assistenza materiale (vestiti, cibo, medicine) e legale (ricorsi e eventuali denunce) ai rom espulsi in Bosnia. Numero di cc postale 10234169 intestato a Ics via San Luca 15/11 genova. Numero di cc bancario 509090 Banca Etica Cab 12100 Abi 05018. Uguale la causale: "a questo paese. Per il ritorno dei rom di Tor de' Cenci".
ROM ESPULSI IERI MANIFESTAZIONE A ROMA
"Fermiamo gli Haider di casa nostra"
L'assessore promette: "Faremo chiarezza sulle espulsioni"
CINZIA GUBBINI - ROMA
P oche le risposte chiare, ma almeno ora nessuno, in Campidoglio, si permette di rivendicare l'operazione che ha portato all'espulsione di 56 rom, di cui 37 bosniaci e musulmani spediti nella Repubblica Srpska. Ieri è stata la giornata del "dialogo" tra l'amministrazione capitolina e gli zingari, le associazioni, decisi a squarciare il muro di silenzio che avvolge l'intera vicenda. Un muro che comincia ad incrinarsi: lo stesso assessore alle politiche sociali, Amedeo Piva, ha rivelato di avere avuto contatti con il sottosegretario agli interni Maritati, anche se ha detto - bontà sua - di dover ancora "capire bene cosa propone il rappresentante del governo".
Verso le 15 sotto il Campidoglio si sono riunite circa 300 persone. Consistente la presenza dei rom, arrivati da parecchi campi sosta della capitale: Casilino 700, Atac, Vicolo Savini, Via dei Gordiani, Tor de' Cenci, Cesare Lombroso.Nomi che nascondono interi universi, culture, lingue, che la storia di questo secolo ha spesso visto su fronti contrapposti. Ieri si sono ritrovati sotto gli striscioni "Fermiamo gli Haider di casa nostra" e "Per il ritorno dei rom espulsi". L'occasione per il sit-in è stata la risposta all'interrogazione presentata da alcuni consiglieri comunali all'assessore alle politiche sociali. Grande delusione quando Piva ha letto la stessa identitica risposta redatta la settimana scorsa da Maritati, sulla "question time" posta dalla parlamentare Rosanna Moroni. Già il sottosegretario si era scusato per l'incompletezza di quelle informazioni, promettendo maggiori approfondimenti. La scelta dell'assessore, quindi, ha lasciato tutti perplessi.
Ma è bastato che Piva si trovasse faccia a faccia con i rom e con chi lavora nei campi, per dover fare molti passi indietro. Davanti a un operatore che lo accusa di latitare di fronte a "contraddizioni troppo grosse", l'assessore appare in grave difficoltà. "Qui non parliamo di buoni sentimenti, ma delle radici dello stato di diritto", lo incalza il consigliere Di Francia. "Lo stato di diritto è la legge attuale", risponde Piva, ma aggiunge: "Che deve essere rispettata da tutti. Se ci sono stati degli errori, pagheranno i responsabili". Ma che i responsabili alloggino anche dentro le mura del Campidoglio torna ripetutamente negli interventi, soprattutto in quelli dei rom: "Chi è che ci può rispondere se non il nostro grandissimo assessore?", chiede Alinovic, "dovreste essere tutti più corretti, sono 30 anni che viviamo in Italia". "Questa terra la chiamiamo la nostra patria - dice Kazim - non potete scordare chi scappa dalle guerre, o chi è qui da tre generazioni". "Basta rispettare le regole", ci riprova l'assessore, "Ma se la polizia strappa i documenti", lo fulmina Safet, "Se ci sono degli irregolari, è anche colpa di una politica latitante" precisa Nando Bucci dell'Aiasp, un'associazione che lavora con gli immigrati. "Nei campi ci va solo la polizia", denuncia il consigliere D'Erme. Piva promette di voler fare chiarezza sul ruolo della questura, ma appare altrettanto chiaro che la "lotta dura agli irregolari", è la parola d'ordine del comune.Alla fine di una lunga giornata il consiglio comunale ha comunque approvato a larga maggioranza un ordine del giorno che obbliga il Comune a verificare la legalità delle espulsioni e a ripristinare una collaborazione seria con l'Acnur.
Il giudice giudica le espulsioni
CI. GU. - ROMA
L' espulsione dei 56 rom, colpisce soprattutto per alcuni dati: 24 bambini rimpatriati, 15 dei quali nati in Italia; molti perfettamente inseriti nei programmi di scolarizzazione. Questo non conta quando si espelle un minore? Risponde Maria Teresa Spagnoletti, gip presso il Tribunale per i minorenni, di Roma.
Quando può essere espulso un minore?
Esclusivamente in casi estremi. Il testo unico sull'immigrazione, e il decreto che lo attua, stabiliscono che il minorenne può essere colpito da provvedimento di espulsione per gravi motivi di ordine pubblico o di sicurezza per lo stato, la decisione spetta in ogni caso al Tribunale dei minori. Il sottoegretario Maritati nella sua risposta alla "question time" di una settimana fa, specifica che nessun minore è stato colpito da provvedimento di espulsione (anche se ad un certo punto addirittura si contraddice). Maritati spiega che i 24 bambini hanno soltanto usufruito del "diritto di seguire il proprio genitore". Ma un diritto è anche rinunciabile, e il soggetto va messo in grado di esercitare il diritto che gli è riconosciuto per legge. Dubito che - in questo caso, vista la velocità dell'operazione - gli adulti siano stati informati che i figli potevano restare, affidati, magari, a un parente dotato di permesso di soggiorno.
La legge 40 del '98 dice che, nel decidere per l'espulsione, l'interesse del minore è prioritario. Che cosa significa?
La tutela dei minori è talmente forte che, se un minorenne viene condannato per un reato, e in carcere dimostra di essere ben inserito in un progetto di reinserimento, può ottenere il permesso di soggiorno. Anche se durante la permanenza in carcere diventa maggiorenne. Questo significa che l'integrazione della persona è prioritaria. Se nel gruppo degli espulsi ci sono minori ben inseriti, bambini, per esempio, iscritti a scuola, la cosa andava assolutamente presa in considerazione. Addirittura, per tutelare lo sviluppo psico-fisico del minore, il genitore può ottenere un permesso temporaneo, fino alla maggiore età dei figli.
E riguardo alle donne incinte, o con bambini fino a sei mesi d'età?
Il divieto è assoluto. Il regolamento specifica addirittura che, in questi casi, il questore rilascia un permesso di soggiorno temporaneo. Anzi, nel caso di donne in gravidanza, dovrebbero anche essere assicurate le cure mediche.